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19:36pm17 giugno 2020 | mise à jour le: 17 giugno 2020 à 19:36pmReading time: 4 minutes

Per non ripetere gli errrori del passato

Per non ripetere gli errrori del passato
Photo: Foto cortesia Joyce PillarellaDa sin.: Alfredo Sebastiani, la moglie Alice e Giuseppe Di Pietro

L’internamento degli italo-canadesi e la storia della famiglia Di Pietro

Nick (Nicholas) Di Pietro è il figlio di Giuseppe e il nipote di Antonino, i due fratelli, originari di Cepagatti, vicino Pescara, che nel 1940 furono tra gli arrestati e internati nel campo di concentramento di Petawawa, in Ontario.

Nick è anche il pronipote di Alfredo Sebastiani, uno degli uomini più ricchi di Montréal, proprietario dell’azienda di scarpe “La Gioconda” che in quel periodo dava lavoro ad oltre 2000 persone. Anche Alfredo Sebastiani fu arrestato ma, a causa del suo stato di salute, evitò la prigionia rimanendo però piantonato in casa da due guardie della GRC.

«Mio padre, classe 1916, e mio zio, classe 1910, – racconta con un filo di emozione Nick – dovevano partire per l’Abissinia, per dare corpo e sostanza a quello che era il “sogno” di grandezza di Mussolini di costruire un impero italiano che si estendesse dalle Alpi al Corno d’Africa. “Peppiniello – disse mia nonna Francesca – perché invece di andare in Africa non vai a Montréal da mio fratello Alfredo che ha bisogno di voi per la fabbrica di scarpe, così eviti anche di andare in guerra?”. Così fu. Alfredo non aveva figli e pensava a loro come eventuale “reléve” per l’azienda di scarpe».

Nemici innocenti

«Mio padre Giuseppe – spiega Nick – sbarcò ad Halifax nel dicembre del 1934. Mio zio era già là da qualche anno. Lavorò come contabile in fabbrica mentre lo zio disegnava le scarpe. Ma la guerra li raggiunse lo stesso, sotto un altra forma, quella della prigionia nei campi di concentramento.

Gli ordini erano di arrestare tutti gli italiani, anche quelli che avessero una faccia italiana. Erano tutti “nemici”. La GRC li portò all’Hotel de Ville, poi nella prigione di Bordeaux e infine furono trasportati in treno a Petawawa. Da un giorno all’altro – continua – si ritrovarono a passare dalle loro occupazioni quotidiane, dalla loro famiglia, al campo di concentramento senza sapere nemmeno perché. Non avevano fatto niente, non erano “nemici” di nessuno, al contrario, mio prozio Alfredo era un datore di lavoro: nella sua fabbrica non ci lavoravano solo italiani ma anche molti quebecchesi, anglofoni e francofoni. Neanche il giudice poteva fare niente per loro: “Questi – diveva – non hanno commesso reati, non dovrebbero essere detenuti. Ma la polizia e la GRC non volevano saperne. Per loro erano dei “nemici stranieri”».

 

Le famiglie

«Mio padre – continua Nick – passò due anni a Petawawa, mio zio un po’ di più perché era più ribelle, rispondeva, aveva atteggiamenti più provocatori e si metteva nei guai. Mio padre era più taciturno e riservato. Anche in seguito mantenne questo atteggiamento. Non volle mai raccontare troppo di questa vicenda che lasciò in lui uno strascico profondo.

Ma per loro, forse fu meno dura perché al momento dell’arresto erano scapoli e non avevano la preoccupazione della famiglia. Le famiglie degli internati vissero momenti terribili. Sole, abbandonate, senza notizie dei mariti e dei padri; nessuno voleva aiutarle per paura di essere considerati collaboratori dei “nemici”.

La vita di mio padre fu ritardata dalla guerra. Finito quel brutto periodo ritornò a lavorare come contabile, si sposò nel 1950 e io sono nato nel 1951.

Quando vediamo quello che succede ancora oggi, con gli episodi di razzismo che si ripetono, con la discriminazione dei neri, dei musulmani, di quelli che hanno un colore della pelle diverso dal nostro, io dico – aggiunge Nick con rammarico – che tutte queste cose non dovrebbero essere tollerate. Siamo tutti uguali e non si dovrebbero fare differenze a causa delle origine etniche.

Mio padre, mio zio, mio prozio Alfredo, le cui fabbriche di scarpe non ressero alla prova, lo hanno vissuto sulla loro pelle, solo perché erano d’origine italiana!»