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La grande svolta della Chiesa

Il Concilio Vaticano II è stato il 21° e ultimo concilio ecumenico, ovvero una riunione di tutti i vescovi del mondo per discutere di argomenti riguardanti la vita della Chiesa cattolica. Si svolse in quattro sessioni, dal 1962 al 1965, sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI. Promulgò quattro Costituzioni, tre Dichiarazioni e nove Decreti. Fu la prima vera occasione per conoscere realtà ecclesiali fino a quel momento rimaste ai margini della Chiesa: raccolse quasi 2500 fra cardinali, patriarchi e vescovi cattolici provenienti da tutto il mondo.

Ansa/CITTÀ DEL VATICANO – Il Concilio ecumenico Vaticano II, lo spartiacque che ha cambiato il volto della Chiesa, cominciò i lavori l’11 ottobre di 50 anni fa. Prima del Concilio la messa era celebrata in latino, che oltre ai sacerdoti nessuno capiva, e con il prete che volgeva le spalle alle persone. La Bibbia era un oggetto sconosciuto per i fedeli, praticamente nessuno l’aveva a casa o era capace di leggerla. I non cattolici e le altre religioni erano guardati talora con diffidenza, e gli ebrei visti con ostilità e sospetto, benché per volontà di Giovanni XXIII non fossero più definiti ”perfidi” in una preghiera liturgica. Lo sguardo di speranza sul mondo di papa Roncalli non aveva conformato in profondità la Chiesa, e la discussione teologica e culturale non era in auge tra clero e fedeli. Le chiese del terzo mondo e i poveri non erano al centro dell’attenzione della Chiesa di Roma. Questo era il mondo cattolico prima del Vaticano II, indetto grazie a una ”ispirazione” da papa Giovanni che anziano, non sapeva se sarebbe riuscito a portarlo a termine, ma, con la serena audacia che lo contraddistingueva, osò convocarlo. Un concilio ecumenico, tutti i vescovi del mondo cattolico in Vaticano, gli ”stati generali” della Chiesa di fronte al mondo moderno.

Il Vaticano II, –  che dopo 50 anni per i cattolici è ancora ”il Concilio”, e ancora suscita passioni, confronti e a volte scontri – ha fatto da spartiacque nella storia del cristianesimo e ha modellato la Chiesa come la conosciamo oggi e come la vivono un miliardo di fedeli nel mondo. E questo anche se non è nato dal nulla, ma ha affondato le sue radici nei movimenti biblico, liturgico ed ecumenico che già ai primi del Novecento avevano mosso passi significativi. Il Concilio ha prodotto un profondo rinnovamento nella liturgia, negli studi biblici, nel dialogo con le altre chiese. Ha riaffermato i diritti e tra questi quello alla libertà religiosa. Ha investito i laici di un nuovo e più partecipato ruolo nella Chiesa. Sarebbe sbagliato ridurre il Vaticano II ai documenti approvati, seppure in alcuni casi assolutamente innovativi sul piano ecclesiale e culturale. Quanti vi hanno partecipato, e dopo di loro gli storici, ne sottolineano il carattere di ”evento”, cioè il suo essere stato prima di tutta una esperienza di vita e un modo concreto di vivere la Chiesa e di rimodellare il suo rapporto con il mondo moderno. La ricerca storica, che da oltre vent’anni ha prodotto risultati di rilievo grazie anche alla pubblicità degli atti del Concilio voluta da Paolo VI, ha contribuito al dibattito sulla ”ermeneutica del Concilio”, cioè sulla sua interpretazione: fu ”rottura” o fu in ”continuità” con la tradizione? Fu rivoluzione o fu riforma?

Annunciato da Giovanni XXIII davanti a un gruppo di cardinali allibiti il 25 gennaio del 1959 nella basilica di San Paolo fuori le mura, il Concilio è cominciato, dopo un lavoro preparatorio a tratti burrascoso, l’11 ottobre del 1962, quando circa 3000 vescovi da ogni parte del mondo (2090 da Europa e continente americano, 408 dall’Asia, 351 dall’Africa e 74 dall’Oceania), attraversarono solennemente in processione piazza San Pietro e entrarono nella basilica vaticana. Da subito, anzi già dall’annuncio dato da papa Roncalli, l’evento ecclesiale godé dell’attenzione delle cancellerie e dell’opinione pubblica di tutto il mondo, il Vaticano affrontò l’impatto di un numero impensato – circa mille – di giornalisti delle maggiori testate mondiali e al Concilio si attribuisce anche la nascita di quel tipo di informatore religioso chiamato  ”vaticanista”.  La curiosità e spesso una certa simpatia da parte dell’opinione pubblica non solo cattolica accompagnarono il Concilio fino alla sua chiusura, l’8 dicembre del ’65.

Morto il ”papa buono” nel giugno del ’63, il Concilio è stato portato a termine da Paolo VI, che lo ha pilotato destreggiandosi tra le diverse ”anime” dei padri conciliari, spesso dipinti, per semplificare, come distinti in conservatori e progressisti, e articolati in differenze nazionali, culturali, di approcci ecclesiali e culturali. A Montini, che considerava il più adatto a continuare la sua opera e che avrebbe voluto suo successore, Giovanni XXIII lasciò in realtà un disegno appena abbozzato e da completare, come dimostra la storia travagliata delle altre due sessioni conciliari.

Il Concilio, in un certo senso, si è autocomplicato, approvando nel dicembre del ’63 la Costituzione Sacrosantum Concilium che riforma la liturgia. La nuova messa, con l’uso delle lingue parlate, il nuovo protagonismo dei fedeli nell’ assemblea liturgica, l’adozione di mezzi musicali e linguaggi musicali talvolta di rottura, ha trasformato in profondità la vita dei cattolici in tutto il mondo, dando nuovo impulso al dibattito conciliare, che proseguiva sugli altri temi fondamentali per la vita della Chiesa. Ma la Chiesa che era entrata in Concilio, dopo la riforma della messa, non poteva essere più la stessa.

 

Il “Discorso alla luna”

Pubblichiamo qui di seguito il testo del discorso di Giovanni XXIII:

“Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una sola, ma riassume tutte le voci del mondo; e qui di fatto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera… Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo… Noi chiudiamo una grande giornata di pace… Sì, di pace: ‘Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà’. Se domandassi, se potessi chiedere ora a ciascuno: voi da che parte venite? I figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, risponderebbero: ah, noi siamo i figli più vicini, e voi siete il nostro vescovo. Ebbene, figlioli di Roma, voi sentite veramente di rappresentare la ‘Roma caput mundi’, la capitale del mondo, così come per disegno della Provvidenza è stata chiamata ad essere attraverso i secoli.

La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà… Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli specie nelle ore della mestizia e dell’amarezza… E poi tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il nostro cammino. Addio, figlioli. Alla benedizione aggiungo l’augurio della buona notte”.

 

 

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