Cultura
16:14pm19 dicembre 2017 | mise à jour le: 19 dicembre 2017 à 16:14pmReading time: 5 minutes

Un premio italiano per la scrittrice Kim Thuy

Letteratura tra emigrazione e identità

Kim Thuy

FotoJF Briere)

Il 20 ottobre scorso, la scrittrice quebecchese d’origine vietnamita Kim Thui, ha ricevuto, a Pescara, per il suo libro intitolato “Il mio Vietnam”, il “IX Premio internazionale NordSud”, riconoscimento teso a celebrare quelle opere che costituiscono un ponte ideale tra il nord e il sud del mondo.

Il libro racconta la storia, o meglio, l’avventura, di Vi, una bambina vietnamita, discendente di una grande e ricca famiglia di Saigon, che fugge dal Vietnam alla fine della guerra, per trovare rifugio prima in un campo profughi della Malesia e poi in Québec.

Quella di Vi, in realtà, è la storia della stessa autrice Kim Thuy, nata a Saigon nel 1968, che dopo innumerevoli peripezie approda in Québec dove cresce, si laurea in traduzione e in diritto, diventa interprete, avvocato, scrittrice e anche ristoratrice.

«Ho avuto la fortuna – ci spiega Kim Thuy – di andare già diverse volte in Italia: a Roma, a Torino per il Salone del libro, a Milano dove si trova la casa editrice “Nottetempo”, che ha pubblicato il mio libro, a Palermo, ecc., e ogni volta è un piacere immenso ritrovarla per la sua calorosa accoglienza, per la sua storia, la cultura, per il cibo straordinario. Quando passeggio in certe città italiane –  sorride – mi sembra di diventare pefino più intelligente! In qualche sorta penso che l’Italia mi abbia adottata!».

L’autrice, infatti, è già conosciuta nel Bel Paese perché i suoi primi due libri, “Riva” (che ha anche ricevuto il premio letterario internazionale Mondello per la multiculturalità), e “Nidi di rondine”, sono stati già tradotti nella nostra lingua.

 

Che effetto le ha fatto ricevere tale premio?

«Non sapevo neanche che esistesse e quando mi hanno comunicato di averlo vinto l’ho considerato un regalo immenso. Pensavo fosse stato il mio editore a sottomettere la candidatura invece hanno fatto tutto a Pescara; sapere di esistere e di avere un posto nell’immaginario degli italiani, non solo delle grandi città ma anche dei centri più piccoli, mi ha sorpreso e stupito non poco. È stata una sensazione bellissima! Quando hanno fatto suonare, dopo l’inno italiano, quello canadese in mio onore, e quando mi hanno dato la medaglia per me è stato come vincere le Olimpiadi!

La copertina del libro

Poi ho pronunciato un breve discorso di ringraziamento durante il quale ho parlato della “chanche” che abbiamo avuto, io e la mia famiglia, ad essere stati adottati da un nuovo paese, di avere avuto una seconda vita e soprattutto del fatto che il Québec ci ha ricevuto con le braccia aperte.

Ci siamo innamorati del Québec fin dal primo secondo in cui vi abbiamo messo piede, della sua gente, della sua lingua, della sua cultura e ancora oggi posso dire che non potrei scrivere altrimenti che in francese, la mia seconda lingua materna, se così posso definirla!  Se non fossi stata adottata dal Canada oggi sarei ancora una rifugiata in un campo, non avrei avuto la fortuna di diventare avvocato e ancor meno scrittrice, questo paese ci ha offerto una “chanche” incredibile!».

 

«La questione degli immigranti non è una questione solo italiana ma mondiale. Tutti i paesi del mondo dovrebbero sedersi intorno ad un tavolo per risolverla. Coloro che partono non lo fanno per divertimento ma perché non hanno scelta, non hanno opzioni, lo fanno perché la loro vita è in pericolo, altrimenti nessuno lascerebbe il proprio paese. Bisogna risolvere il problema alla base: non all’arrivo ma alla partenza. Se, ad esempio si smettesse di bombardare la Siria i siriani che vorrebbero lasciare la loro terra sarebbero molti di meno!

C’è poi da considerare un altro problema. Quando si è  rifugiati, si è molto riconoscenti di ricevere il cibo lanciato dagli aerei, dai camion, scaricato a terra per noi, ma ogni volta che lasciamo un essere umano piegarsi per raccogliere il cibo che gli è stato lanciato, questo essere umano perde un po’ della sua dignità, perde una parte di sé stesso. In tal modo anche i bambini ospitati nei campi per  rifugiati perdono ciò che in loro resta di umano e il pericolo è che un giorno qualcuno possa mettergli un’arma tra le mani e dire: ora puoi vendicarti! Stiamo creando dei bacini di futuri estremisti perché stiamo distruggendo la dignità umana!»

 

Avvocato, interprete, scrittrice, cosa farà “da grande?”

«Ci sono tanti mestieri che si possono fare! Io ho “sete di vivere”! Quando si sa che ci sono tante persone che hanno cercato di attraversare il mare o le terre in cerca di una vita migliore e non ci sono riuscite, sono morte, ho l’impressione di avere il dovere di vivere tutte le vite per coloro che non hanno avuto tale possibilità. Tento di essere all’altezza di questa vita che mi è stata offerta!»

 

Kim Thui – “Il mio Vietnam” – ed. Nottetempo

Per informazioni: http://www.edizioninottetempo.it; Tel. 011/39 02/45381100.

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