Cultura

Quando la Sicilia rima con meraviglia

Quando la Sicilia rima con meraviglia
Photo: Foto cortesiaPietrangelo Buttafuoco, scrittore, saggista, giornalista e autore teatrale, è nato a Catania nel 1963

Intervista allo scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco

“Cose di Sicilia” e “L’Universale siciliano”. Questi i titoli delle conferenze che l’autore catanese Pietrangelo Buttafuoco ha tenuto la scorsa settimana a Montréal su invito dell’Istituto Italiano di Cultura.
Una “ghiotta” occasione per parlare un po’ di questa isola meravigliosa che dopo 2000 anni e più di storia non finisce ancora di stupire.

Signor Buttafuoco, che isola è, oggi, la Sicilia?

«È l’isola delle opportunità più fantasmagoriche; è al centro del transito più importante, quello del futuro che, a mio avviso, passerà attraverso il Mediterraneo e la Sicilia ci si trova proprio in mezzo. Il problema è la “latitanza” della classe politica che è specializzata nel non fare niente di concreto per la società. È spaventoso come sia diventata il luogo del nulla, una periferia del mondo.
La Sicilia può essere veramente il volano dell’economia e del commercio, il suo patrimonio culturale ed artistico può diventare il magnete che attrae il mondo come lo è stato in passato, invece … tutto è fermo! Non c’è famiglia dove i figli non siano già andati via».

Perché questa “immobilità?”

«La Sicilia è bloccata da una tenaglia inesorabile. La sua struttura di autonomia, e quindi la possibilità di avere uno spazio politico molto più ampio di quanto possano averlo le altre regioni italiane, va a cozzare con una realtà di fatto. È una tenaglia che la tiene ferma: da una parte la burocrazia, dall’altra la paura. Faccio un esempio: una frana del 2004 ha cancellato una corsia dell’autostrada Messina-Catania. Questa frana non è stata mai rimossa, sopra ci sono cresciuti perfino gli alberi. Ma nessuno la toglie. Sai perché? Perché chiunque si prende la responsabilità di farlo ha il terrore di ricevere un avviso di garanzia. Abbiamo un numero impressionante di opere incompiute, bloccate, la politica non ha questa forza di fronteggiare gli avvenimenti e di prendere decisioni».

Cosa si può fare per uscire da tale situazione?

«Intanto prendere coscienza, poi avere il coraggio di dire chiaramente come stanno le cose, di evitare di nascondersi dietro la maschera del pudore. In Sicilia, lo ripeto, manca un vero ceto politico. Una volta, fino agli anni ’60, i migliori tra i politici restavano nell’isola a fare politica, quelli meno dotati venivano mandati al Parlamento di Roma. Adesso è il contrario, tanto è vero che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è siciliano. Inoltre, ogni tornata elettorale diventa come un concorso pubblico, tutti alla ricerca di un “posticino”, non c’è più vocazione».

Quando si pensa alla Sicilia si pensa, purtroppo, alla mafia. Come è vissuto questo problema?
«Intanto ha vinto lo Stato, perché è riuscito a scardinare, mettere in prigione e consegnare alla giustizia tutti quelli che avevano creato la stagione delle stragi, compreso il sacrificio di magistrati eroi quali Falcone e Borsellino. Sono tutti in galera. Quella che c’è adesso è una criminalità che non ha neppure interesse a restare in Sicilia tanto è vero che i mafiosi vanno altrove, dove ci sono i soldi, dove c’è ricchezza. Basti pensare che in una città come Palermo ormai la mafia nigeriana ha preso il sopravvento sulla criminalità locale!»

Ambizioni e aspirazioni dei giovani?

«Questa è la vera questione. Non c’è quasi più nessun ragazzo o ragazza che finito il liceo resti in Sicilia, vanno tutti via. Finite le scuole si scappa. La Sicilia si sta svuotando. Adesso ad emigrare non sono solo i ragazzi ma anche i genitori, in molti casi si tresferiscono anche loro nei luoghi in cui sono emigrati i figli. I paesi si svuotano e le case si deprezzano».

La Sicilia e gli immigrati?

«I dati di fatto ci dicono che le uniche due realtà economicamente ricche sono l’area del trapanese e quella del ragusano; nella prima è fiorente la marineria, nella seconda l’agricoltura. Sia l’una che l’altra si avvalgono degli immigrati che da 30 anni a questa parte rappresentano una quota consistente della popolazione integrata e lavoratrice».

Che rapporto c’è con il resto dell’Italia?

I giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fotografati a Roma in occasione dell?inaugurazione dell?anno giudiziario. 1992 – Archivio ANSA

«È sempre più critico. Nel dibattito nazionale tutto ciò che riguarda la Sicilia viene confinato o nel pittoresco o nelle curiosità ma non c’è nulla che possa far pesare la specificità politica della Sicilia. Sulla scena nazionale è difficile che un problema siciliano, a meno che non sia una tragedia, arrivi in prima pagina. In questo momento il volano d’Italia è sempre più Milano e la compagine “blocco sociale” del Nord: Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria. La Sicilia, che potrebbe essere veramente una “vetrina” per la cultura, il turismo e l’agricoltura, è totalmente lasciata in un angolino. La Sicilia è tutto fuorché un cortile chiuso, è un vero e proprio transito dell’universalità, è un percorso storico attraverso il quale puoi raccontare la Spagna, la Francia, le Americhe, il mondo arabo, perfino la Russia e l’India, puoi raccontare l’antichità con i greci, i fenici e le popolazioni del Maghreb al punto che esiste una bella definizione del siciliano che dice: “Con l’occhi sperti (furbi) come un saracino, con la figura di un principe normanno, amante dell’arte come d’antico greco, e della bella vita come uno spagnolo, dritto e saggio come un romano tira la somma il vero siciliano!»