Tutti i colori di Line Giannetti

15:23 21 Aprile 2020

Line Giannetti davanti alla vetrina del suo atelier sulla via Ste-Claire

La pittura come mezzo per esprimere se stessi

Le suo opere sono coloratissime. Grandi tele dove i colori si rincorrono, si sovrappongono ed esplodono in sinfonie cromatiche che difficilmente lasciano lo spettatore indifferente. Sono i dipinti di Line Giannetti, “artiste peintre”, come lei stessa si definisce, nata a Montréal da padre italiano e madre quebecchese.

«Ho fatto i miei studi in design per interni in seguito ai quali – racconta Line il cui studio-atelier si trova sulla via Sainte-Claire (www.giannett-arts.com), nell’arrondissement di Mercier-Hochelaga-Maisonneuve – ho creato la mia compagnia. Ho lavorato come designer per circa 25 anni poi, nel 2013, ho deciso di dare seguito ad un mio sogno, abbastanza temerario, quello di diventare pittrice e di concentrarmi sulla creazione artistica. Volevo fare qualcosa che esprimesse meglio me stessa e le mie emozioni e che, allo stesso tempo, potesse farmi del bene».

Arte figurativa o arte astratta?

«Più la seconda che la prima. Perché ritengo che l’arte figurativa sia in qualche modo troppo “concreta” mentre quella astratta – risponde – lascia più spazio alla possibilità di esprimere quello che una persona sente veramente dentro di sé. Adoro tessere e mescolare i colori e proprio attraverso il loro melange riesco ad esprimere le mie emozioni. Spesso le persone che osservano i miei quadri mi dicono: “le tue opere sono molto cariche “, intendendo cariche di colori, e a guardarle “fanno del bene”. Ma penso che non sono cariche, sono “generose” e se poi fanno del bene allora, mi dico, ho raggiunto il mio obiettivo perché facendo bene a me stessa fanno del bene anche a chi le guarda. In fondo non si sceglie l’arte, l’arte viene da un bisogno profondo di esplorare qualcosa e di comunicarlo attraverso questo o quel mezzo espressivo».

 

Come sta vivendo questo momento in cui il ritmo della nostra vita è scandito dalla lotta al coronavirus?

«Con un certo stravolgimento, come tutti. La domanda che mi turba di più è: cosa succede in ogni casa? Cosa c’è dietro a quelle porte e finestre chiuse? Quali drammi o quali sofferenze stanno vivendo le persone che vi abitano? Tutto ciò mi colpisce molto. La vera e propria spinta alla creazione artistica forse avverrà più tardi, quando tutto ciò sarà digerito. Nel frattempo, però, almeno per quanto mi riguarda, sto portando a termine una mia nuova collezione il cui punto di interesse è quello, in questo momento molto simbolico, della forza vitale, del cosiddetto “souffle vital”. Utilizzo, per dipingere, una tecnica particolare ovvero mi servo di una cannuccia per soffiare sulla tela i colori che poi vengono ulteriormente ritoccati con la tecnica del puntinismo (pointillisme). Poiché il coronavirus attacca proprio i polmoni e le vie respiratorie penso che non sia solo una coincidenza ma proprio la ricerca dell’importanza del nostro “soffio” e della nostra energia che ci mantengono in vita». Line Giannetti utilizza diversi mezzi artistici per esprimersi. «In genere lavoro con i colori acrilici – afferma – perché si seccano più facilmente. Ultimamente adopero una spatola flessibile perché mi permette quasi di “danzare” sulla tela, ed anche le mani perché trasmettono in maniera più viscerale sulla tela i miei sentimenti interiori».

Line Giannetti

L’artista tiene anche dei corsi di pittura spontanea. «Forse riprenderanno a settembre. Vedremo. Si tratta – afferma – di un gruppo di circa 6 persone, che si riunisce una volta a settimana. Sono degli atelier che definirei “esplorativi”, basati sui 5 sensi. Diventare pittore per me non è fare una bella tela, un bel paesaggio o un bel fiore, bensì avere la possibilità di lasciarsi andare per esprimere quello che si ha dentro».

 

C’è qualcosa di “italiano” nella sua creazione artistica?

«A parte il nome italiano che, in quanto tale, ha sempre riscontrato un certo “successo” nel mondo dell’arte, direi il bisogno di grandi gesti e la generosità nell’applicare i colori sulle mie tele. Sono stata in Italia una sola volta, nel 2011, è stato il viaggio più bello della mia vita. Ho sentito veramente una connessione con questa terra. Sono andata nel villaggio dove è nato mio padre, San Giovanni e Paolo, una frazione di Caiazzo, in provincia di Caserta, e improvvisamente, tutto quello che mi raccontava, tutti suoi ricordi, la casa dove è nato, la chiesa dove è stato battezzato, sono diventati realtà davanti ai miei occhi. Ho vissuto davvero un momento straordinario.

Mio padre, che ha 85 anni, è un uomo ancora molto attivo. Anche lui si è messo a dipingere, sta facendo una tela in cui riproduce, in modo molto spontaneo, quello che ricorda del suo villaggio. In fondo, creare artisticamente è soprattutto far piacere a se stessi e poi, perché no, anche agli altri!»

 

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